Già a luglio si prepara il terreno per l’anno nuovo, servono il carro per il letame – al rud – e la botte per spargere il liquame e preparare così l’aratura. Simbolo della mietitura è la falce messoria – la m’sura – la stessa che Benedetto Antelami nel Battistero di Parma scolpisce in mano al contadino del mese di giugno nella raffigurazione medievale dei mesi.Si apre il solco nel campo e, con movimento ritmato, si disegna una trama di zolle. Solo a fine estate le zolle saranno rotte con l’erpice a punte di legno o di ferro, per iniziare la semina. Semina con spaglio a mano nei piccoli campi, prendendo con gesto largo il seme da contenitori in legno, oppure con la seminatrice meccanica trainata dai buoi. Infine, il rullo – un grosso cilindro di pietra – che passa sul terreno prima del riposo invernale. Intanto l’aia è preparata con cura per ricevere il grano portato dai campi per la battitura a mano con le cerchie e con i cavalli. Così sino a fine ‘800, poi le prime trebbiatrici a vapore mutarono profondamente il lavoro. Prodotto gemello del grano è il mais, la cui coltura si diffuse a fine ‘700 e nella seconda metà del XIX secolo, assieme al frumento e all’erba medica, diviene la base alimentare per lo sviluppo zootecnico con l’affermarsi dell’industria casearia e dell’allevamento dei suini. Anch’esso con il ciclo dalla semina alla raccolta, alla spannocchiatura, alla essiccatura sull’aia, al mulino per fare la “farina gialla”, come si dice nel linguaggio corrente, non di mais. Ancora a fine ‘800 arrivano i prodotti da industria, in primis barbabietole e pomodori e i campi divengono appendici delle fabbriche, o viceversa? Non per nulla il modo popolare per indicare il luogo di trasformazione del prodotto è la fabbrica d’al tomachi. Rastrello, tridente, falce, pietra per affilare la lama e corno con un po’ d’acqua. Questi sono gli attrezzi della fienagione che avveniva con un lavoro coordinato e di squadra. Terminato lo sfalcio, con la forca e il tridente si spargeva il fieno per l’essiccatura, poi lo si raccoglieva in file regolari con il rastrello e si trasportava al fienile dove veniva sistemato per assicurare il cibo invernale per tutta la stalla. Per il lavoro di stalla gli attrezzi sono altrettanto semplici ed essenziali: forca, rastrello, seggiolino per mungere ad una sola gamba, secchio per il latte e spazzola per strigliare i bovini in un rapporto di stretta relazione tra uomo e animale che si esalta al momento della sacra operazione della mungitura. Dentro gli interstizi del tempo ciclico di questi grandi lavori, s’inseriscono altri piccoli lavori nel campo e in casa. Sono i lavori per la produzione del vino, nell’orto, nello specchio del maceratoio per la produzione della canapa e, per alcuni, anni agli inizi del 900, per l’allevamento dei bachi da seta. I lavori sul fiume Po che fa da confine a nord del territorio di Colorno si svolgono nei paesaggi dei grandi boschi di golena, nelle bianche sabbiate e sull’acqua. I “pontieri” lavorano alla manutenzione del ponte di barche che a Sacchetta unisce con la Lombardia. I lavoratori sulle grandi draghe/zattere scavano il letto per sabbia e ghiaia mentre rari sono i pescatori ai quali si affiancano i contadini che integrano con la pesca l’economia familiare. La memoria storica ci ricorda l’abbondanza di pesci del fiume e dei canali. Vene giù la Parma non molto grossa ma condusse tanta quantità di peso – pesce – che niuno mai se ricordava, se ne pigliava con le mani, con cavagni, con aretti (reti) e in sino con una padella da castagni, dice una Cronaca del 1600 redatta dal prete di Colorno Don Costantino Canivetti. Per il professionista pescatore l’aratro è la grande barca a fondo piatto e la sua zappa sono le nasse e i bilancini a rete. Ormai però il Po non è più la strada trafficata che vedeva attraccare a Sacca il battello a vapore “Maria Luigia” varato a Piacenza nel 1828. A metà del secolo scorso avviene la grande rottura: l’agricoltura arcaica e dell’immaginario dell’uomo della Bassa come il lavoro sul fiume, scompaiono totalmente ed è inutile cercarne traccia. Il tempo si annulla, basta un giorno per mietere, trebbiare, consegnare il grano. Lo spazio si frammenta. Gli attrezzi divengono complessi e tecnologici. Sul fiume pare tornata la calma del luogo naturale animata solo nei giorni di festa dai turisti della domenica

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